mercoledì 1 febbraio 2012

Rabid, sete di sangue di David Cronenberg (1977)

Dopo le sperimentazioni di ingegneria sociale, telepatia e chirurgia cerebrale di Stereo e l’avvento degli zombie pansessuali de Il demone sotto la pelle David Cronenberg ritorna a raccontare il corpo in rapporto con la società contemporanea in Rabid, Sete di sangue (titolo originale Rage, rabbia). Se ne Il demone sotto la pelle l'organismo patogeno fallomorfo si muoveva indisturbato appena al di sotto della superficie (sociale, convenzionale tanto quanto biologica) in Rabid è generato dal fanatismo scientifico al servizio dell’estetica. La superficie, la pelle, qui è dilaniata dall'orribile incidente che apre il racconto e dagli strumenti sterilizzati (precursori di quelli inventati dai fratelli Mantle di Inseparabili) della clinica di chirurgia estetica che ospita la protagonista Rose. Il tegumento viene orribilmente trasformato in strumento di contagio e orrore dalle elucubrazioni del dottor Keloid, un chirurgo estetico degno della migliore tradizione espressionista. Cronenberg opera con sapiente attitudine filologica elaborando una visione del cinema dell’orrore in grado di dialogare col passato (si pensi a Fritz Lang e a Murnau) portandone avanti le istanze nella contemporaneità, in quegli anni avvinta nella riflessione in merito alla tecnologia come prolungamento, appendice, estensione (o abberrazione?) del corpo umano. Teoria vaticinata dal teorico canadese Marshall McLuhan, non a caso assai amato da Cronenberg.
Rose - interpretata dalla meravigliosa pornostar Marilyn Chambers - rinasce dopo una lunga degenza post-operatoria in cui le sono state innestate/trapiantate ampie sezioni di pelle. Atavica genetrice nonché focolaio virale, Rose inizierà a muoversi prima nei dintorni della clinica (un vero museo delle cere abbagliato da luci al neon che celano alla vista dello spettatore rughe, punti di sutura, persino i bordi delle garze sterili) spostandosi poi verso la città-come-paradigma-della-contemporaneità. Nella metropoli Rose si muoverà sinuosa e ferina tra cinema a luci rosse (non prima di essere passata di fronte alla locandina di Carrie di Brian De Palma), centri commerciali e stabili abitativi (quello della sorella Mindy ricorda ancora una volta L’Arca di Noé de Il demone sotto la pelle) infettando con il suo venefico pungiglione ascellare - quasi un preavviso delle escrescenze organiche e sessuali de Il pasto nudo - chiunque decida di approcciarla con un virus simile alla rabbia.

L’apocalisse postmoderna - da sempre intesa come epicurea, sensuale e godereccia - si compie rapidamente mentre le strade della città si svuotano e Rose, finalmente cosciente della sua natura e del suo tragico destino, si sacrificherà (vanamente e per questo in maniera deliziosamente melodrammatica) prima del finale, considerato tra i più pessimisti e privi di redenzione di tutta la cinematografia di David Cronenberg.http://onlyrecensionitoplaywith.blogspot.it/2012/10/carrie-lo-sguardo-satana-de-palma.html

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